Louder

Louder è un lavoro di risonanza.

La seconda parte del lavoro prende vie più anticonvenzionali.Potrei incominciare a parlare di come, l’Io del Fotografo, in questo lavoro si annulli, si fonda con i soggetti per immortalare delle scene il più intime e naturali possibile. Per una volta, nella storia della critica tutta, non starei pronunciando parole vuote. Qui Alessandro ha alzato le mani(a metà). Il suo tentativo di rappresentare un continente, talmente abusato nell’immaginario comune che ormai uno, l’Africa, se l’aspetta (cit.), l’ha fatto. Ora sta a lui provare qualcosa di nuovo: parte delle macchine fotografiche usa e getta sono state quindi lasciate ai bambini dell’orfanotrofio di Gulu, con totale carta bianca su come utilizzarle.  Ognuno dei bambini ha scattato a proprio piacimento, lasciando risuonare, appunto, quelle emozioni, quegli sguardi e la vita che nel primo volume Alessandro ha potuto solo tentare di captare con il maggior impegno possibile. Le fotografie, lontane dall’impostazione più o meno rigida che può avere un fotografo, ritraggono di tutto, dalle lenzuola dei letti, alle mura dell’orfanotrofio, a primissimi piani di una raffigurazione votiva, al piatto consumato della propria cena. L’intero punto di vista è stato variato, dando importanza a scatti a cui, un occidentale, non si sarebbe mai nemmeno prestato.  Probabilmente sono queste le foto che più rappresentano il continente nero, non quelle dei bambini soldato o della disperazione, la fame esasperata e messa sotto la luce dei riflettori come mezzo per commuovere persone che  di questi problemi non ne soffrono. Ovviamente, anche questo fa parte della realtà africana, ma alle volte è doveroso ricordare che non è solo uno il punto di vista, non c’è solo un paio di occhi, un solo modo per fare fotogiornalismo su di un continente così incoerente e caotico. Louder prende le distanze dalla silente fiera delle foto sull’Africa, tentando l’ardua impresa di scattare foto dell’Africa. In realtà chiunque voglia affermare di fare, con la fotografia, dell’arte, deve curarsi dei materiali, della selezione di ogni foto, del ritocco delle immagini e dell’ordine da  utilizzare nel comporre ogni singolo lavoro.E qui infatti ogni singolo elemento è stato curato assieme a Massimo Mastrorillo, dalla scelta di colori, filtri, scelta delle foto e pause, indispensabili nell’impaginazione per prendere il respiro tra una foto ed un’altra, fino all’ordine stesso delle immagini, impostato per raggiungere una struttura ciclica.

testo a cura di Lorenzo Vargas