Feel

Feel è un lavoro di ricezione.

Con questa prima parte del volume, Alessandro si è messo ad osservare ciò che gli succedeva attorno e probabilmente ha notato qualcosa che usualmente, sfugge: non sta sempre succedendo qualcosa.Gli scatti di Feel ritraggono, i momenti di passaggio, i punti vuoti ed ignorati, proprio in quanto in quei punti si manifesta un’Africa che, all’iconografia canonica, non interessa gran ché. Del resto una volta fotografati i volti disperati e sporchi, madri che tengono in mano i corpi martoriati del propri figli, soldati (alcuni dei quali troppo giovani anche solo per pensare di imbracciare un fucile), cosa rimane di interessante? Rimangono i percorsi, le vie, le entrate e le uscite, individui, in gruppi o solitari, intenti ad essere qualche cosa di più che il pretesto per una foto di denuncia. Alessandro ha visitato l’Uganda, concentrando la sua osservazione sulla Saint JUde Children Home a Gulu ed a ritratto tutta quella tempesta di immagini ignorate, cercando sempre di mantenersi fuori dalla retorica del reportage di genere. Forte di questa dialettica posta intorno all’azione, piuttosto che al centro di essa, il primo volume dell’opera inizia con un non-luogo rafforzato: una delle migliaia di strade di terra rossa (impresse a fuoco nell’immaginario di ognuno di noi), che inizia poco sotto l’inquadratura ed ha appena un paio di centimetri per mostrarsi agli occhi prima di essere divorata dal buio. Questo dice molto sull’impostazione dell’opera. Le foto iniziano dove inizia ogni singolo viaggio, all’origine di una strada, senza però lasciarsi andare all’ipocrisia di un orizzonte lontano. Ogni singolo passo intrapreso viene subito inghiottito dal buio del mistero, dell’imprevisto e di tutte le ragioni per le quali in fondo viaggiamo. Anche la seconda foto si mantiene fedele a questo percorso. Un altro degli elementi centrali del viaggio e del viaggiatore è la scelta, il bivio che ci troviamo inevitabilmente ad affrontare e che potrà cambiare le sorti dell’intera avventura se affrontato nella maniera sbagliata. Ancora una volta abbiamo un momento di pausa. Non si sta svolgendo dell’azione, nella fotografia, ma il momento si mantiene contemplativo, il viaggiatore osserva ciò che ha davanti ed il bivio che gli si para dinnanzi agli occhi è contemporaneamente quello o milioni di altre possibilità, un nugolo di bivi che si aggiungono e si sovrappongono per simboleggiare il senso stesso di una scelta.

testo a cura di Lorenzo Vargas